Identità marchigiana

Dove il mosto diventa storia tra colline e mura medievali

Un antico metodo di lavorazione, edifici storici e paesaggi dell’entroterra attirano visitatori nel cuore delle Marche.

Dove il mosto diventa storia tra colline e mura medievali

Tra Macerata e San Ginesio, nell’entroterra marchigiano non lontano dalla costa, Loro Piceno unisce patrimonio storico e tradizione enogastronomica. Il borgo è noto soprattutto per il vino cotto, prodotto legato alla lavorazione del mosto e considerato una delle espressioni più rappresentative della cultura locale. A completare l’interesse turistico contribuiscono il centro storico, il paesaggio collinare e la vicinanza all’Abbadia di Fiastra.

Il cuore dell’abitato è dominato dal castello dei Signori di Loro, conosciuto anche come Castello dei conti Brunforte. Situato nella parte più alta del paese, offre un’ampia visuale sulla campagna circostante. Dalla Torre della Vittoria, costruita nell’area delle antiche mura del castrum romano, lo sguardo può arrivare dal Monte Conero ai Monti Sibillini e fino alla Maiella, in Abruzzo.

La visita comprende anche alcuni edifici religiosi, tra cui la chiesa di Santa Maria di Piazza, risalente al Duecento e realizzata dai Benedettini, e la chiesa di San Francesco. Una caratteristica particolare riguarda i palazzi nobiliari del borgo: la loro disposizione e gli spazi interni erano funzionali alle attività della vendemmia. La pigiatura dell’uva e la bollitura del mosto in grandi caldaie di rame facevano parte della vita quotidiana e hanno contribuito a consolidare la tradizione del vino cotto.

Una lavorazione con radici nell’antichità

Il vino cotto è tipico del sud delle Marche e a Loro Piceno il legame con questa specialità è celebrato anche da un festival in programma ad agosto. La pratica di cuocere il mosto ha origini antiche, con testimonianze già in epoca romana. La riduzione a caldo del liquido permetteva di limitarne l’acidificazione e di conservarlo più a lungo, grazie alla maggiore concentrazione degli zuccheri. In alcuni casi veniva aggiunta anche la mela cotogna, nella proporzione di una mela per ogni quintale di mosto, con funzione aromatica e per favorire la riduzione del volume.

Riferimenti storici al prodotto compaiono nel XVI secolo negli scritti di Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, e nell’opera De naturali vinorum historia, pubblicata nel 1596 da Andrea Bacci. Anche Mario Soldati, nel 1971, descrisse un vino cotto invecchiato sessant’anni, soffermandosi sul colore rosso mattone, sui riflessi dorati e sul gusto affumicato e moderatamente dolce.

Invecchiamento e abbinamenti

Per la produzione si utilizzano uve dei vitigni locali. Il mosto viene ridotto a caldo di circa un terzo rispetto al volume iniziale, quindi trasferito in botti di legno, dove affronta una lenta fermentazione e un successivo periodo di invecchiamento. Alcune ricerche citate nel testo ne hanno inoltre analizzato il potere antiossidante, associato alla caramellizzazione degli zuccheri durante la pastorizzazione. Questi risultati vanno distinti dalle convinzioni della tradizione contadina, che attribuiva al prodotto proprietà quasi terapeutiche.

Dal punto di vista gastronomico, il vino cotto viene abbinato alla pasticceria secca e ai formaggi erborinati. La sua dolcezza e le note più intense possono accompagnare alimenti dal gusto deciso, inserendosi in un percorso che lega la visita al borgo alla conoscenza delle produzioni locali.