Chi percorre la Ring Road islandese attraversa per chilometri paesaggi spettacolari senza incontrare vere foreste. L’assenza di alberi viene spesso attribuita al freddo, al vento o all’attività vulcanica, ma la storia del territorio racconta qualcosa di diverso: prima dell’insediamento umano, l’isola era molto più verde.
Quando i coloni norreni arrivarono stabilmente alla fine del IX secolo, boschi e boscaglie di betulla potevano coprire tra il 20 e il 40% dell’Islanda, secondo Land and Forest Iceland, l’ente pubblico che si occupa della tutela e del recupero del territorio. Non si trattava di immense foreste paragonabili a quelle scandinave: la specie dominante era la betulla pubescente, capace di crescere anche come piccolo albero o arbusto e di adattarsi alle condizioni del Nord Atlantico.
Il ruolo del disboscamento e del pascolo
La drastica riduzione della copertura forestale è legata soprattutto all’attività umana. Per secoli i nuovi abitanti tagliarono gli alberi per ottenere legna, riscaldare le abitazioni, costruire e produrre carbone. Le aree disboscate vennero inoltre destinate all’agricoltura e, soprattutto, al pascolo.
Gli animali, in particolare le pecore, ostacolarono la rigenerazione della vegetazione nutrendosi di germogli e giovani piante. La scomparsa degli alberi lasciò così i fragili suoli vulcanici più esposti all’erosione del vento e dell’acqua, aggravando nel tempo la trasformazione del paesaggio. Oggi i boschi naturali di betulla coprono appena l’1,5% del territorio.
Il clima ha comunque un peso: inverni rigidi, estati fresche e forti venti rendono più difficile la crescita degli alberi. Non spiegano però da soli la scarsità delle foreste, come dimostrano le betulle autoctone e le aree boschive presenti oggi nel Paese. Una delle più note è Hallormsstaðaskógur, nell’est dell’isola: si estende per circa 740 ettari, comprende oltre 40 chilometri di sentieri e ospita 85 specie arboree.
La riforestazione è già in corso
Accanto ai boschi naturali sono cresciute anche foreste piantate dall’uomo. In alcune zone si trovano alberi maturi e aree dove è possibile camminare e fare trekking, rendendo sempre meno attuale l’immagine di un’Islanda completamente priva di vegetazione arborea.
Da decenni sono attivi progetti per recuperare parte delle foreste perdute, ripristinare i terreni degradati e contrastare l’erosione. Nell’area del vulcano Hekla, per esempio, si punta alla creazione di nuovi boschi di betulla e salice capaci di proteggere il suolo e limitare la dispersione di pomici e ceneri dopo le eruzioni.
La strategia prevede spesso la piantumazione di piccoli nuclei di betulle, destinati a diventare sorgenti di semi dalle quali il bosco possa espandersi gradualmente. Soltanto nell’estate del 2025 un milione di giovani betulle è stato destinato a diversi interventi nel Nord e nel Sud dell’isola. L’obiettivo è favorire il ritorno di boschi e boscaglie di betulla fino a raggiungere il 5% del territorio entro il 2030.
Ghiacciai e vulcani continueranno a dominare l’immaginario dell’isola, ma in alcune aree gli alberi stanno tornando dopo secoli di disboscamento, pascolo ed erosione. La vecchia battuta secondo cui, per ritrovarsi in una foresta islandese, basta alzarsi in piedi racconta quindi una realtà sempre meno completa.