Carmen Pellegrino è conosciuta per le storie dei borghi disabitati e dei ruderi sospesi nel tempo. La sua attività di ricerca le è valsa il neologismo «abbandonologa», inserito dalla Treccani nel 2014. Per lei non è soltanto un lavoro, ma un esercizio di lentezza e attenzione verso ciò che viene considerato inutile o superato.
Nata a Postiglione, sui Monti Alburni, Pellegrino è cresciuta tra casolari e abitazioni svuotate dalle partenze. Oggi vive a Napoli, città che sente di abitare senza appartenervi completamente. Nel libro Le verità provvisorie (Solferino, 2026) racconta il lutto per la morte dei genitori, scomparsi a sedici mesi di distanza l’uno dall’altra, e il percorso con cui ha cercato di attraversare quella perdita.
La terra del padre, nel Cilento, è diventata un punto di riferimento concreto. Pellegrino e la sorella hanno ereditato mille ulivi, insieme a terreni agricoli che per la scrittrice non rappresentano un patrimonio economico, ma la traccia del percorso compiuto dal padre, nato povero e diventato impiegato dopo aver studiato e vinto un concorso pubblico. «La terra non è soltanto una bella parola o un verso poetico: è responsabilità, è dedizione», spiega.
La gestione dei terreni e la produzione annuale dell’olio hanno assunto anche un significato affettivo. Con l’aiuto di un cugino, la scrittrice porta avanti la consuetudine familiare di fare l’olio extravergine d’oliva. Allo stesso tempo, dopo la morte del padre, ha dovuto occuparsi di catasti, visure e particelle. Questa concretezza, racconta, le ha permesso di «amministrare il dolore» e di affrontare il lutto anche attraverso le incombenze quotidiane.
Il dolore e la scrittura
Nel libro ai suoi diari si affiancano le pagine di Paul Auster, Joan Didion e Susan Sontag. Le loro esperienze di perdita l’hanno aiutata a mettere in discussione l’idea che esista una misura prestabilita della sofferenza. Secondo Pellegrino, il dolore non può essere ordinato secondo gerarchie: ogni distacco ha un peso e non esistono classifiche valide per tutti.
Per ritrovare una parte di sé rimasta a lungo in silenzio, è tornata alla scrittura e al diario manoscritto. Ha frequentato anche l’Archivio Diaristico Nazionale, dove ha incontrato testimonianze scritte su fogli improvvisati e con strumenti di fortuna. In questo percorso si è concessa il tempo di crollare e di risalire, fino a riconoscere, citando Miłosz, che «il cuore non muore quando sembra che dovrebbe».
I luoghi dell’anima e i viaggi
Il luogo dell’anima resta Postiglione, con la casa costruita dal padre, l’orto, il giardino e il Grande Pioppo della piazza, piantato nel 1789. Il paese le ha lasciato un immaginario segnato anche dalla povertà e dalla convivenza, nelle classi scolastiche, tra ragazzi del centro e delle campagne. Quando si è trasferita a Napoli per studiare, ha scoperto possibilità prima sconosciute, come librerie, cinema e teatri, senza però smettere di tornare al paese.
Napoli, dice, l’ha adottata. Nella casa condivisa con la sorella si sente parte della città, ma conserva una dimensione di sradicatezza: un trolley sempre pronto nello studio rappresenta la possibilità di partire e poi rientrare. Tra i viaggi più importanti ricorda la Grecia, visitata a quattordici anni, e Parigi. Più recentemente è stata due volte a New York, dove ha recuperato i documenti di un antenato emigrato nel 1912. Il ritorno nella città americana, questa volta da scrittrice, le ha dato la sensazione di ricomporre una storia familiare iniziata con la partenza di un giovane analfabeta.